DIO DI ILLUSIONI di Donna Tartt

Ho letto Il Cardellino di Donna Tartt per ben due volte: lo trovo perfetto sotto quasi tutti i punti di vista, tranne per la parte finale, dispersiva e un filino disturbante. Se avete voglia di approfondire, potete dare un’occhiata alla mia recensione senza spoiler.

Oggi invece vi parlo di DIO DI ILLUSIONI, il meraviglioso romanzo d’esordio della Tartt. Cosa dire su questo libro che non sia già stato scritto?

-Se c’è un’arte in cui eccelle Richard Papen è quella di riuscire a mentire su due piedi. Una sorta di dono naturale. Richard proviene da una modesta famiglia californiana e osserva con interesse lo sciame di sigarette e cupa sofisticazione degli irragiungibili e privilegiati allievi dell’Hampden College nel Vermont, nel quale si trova per uno strano scherzo della sorte. In particolare, c’è un’esclusivissima cerchia di studenti di greco, guidata dall’eccentrico professorJulian Morrow e della quale Richard vuole assolutamente far parte…

Non mi addentro ulteriormente nella trama;  aggiungo soltanto che predilige i processi psichici dei personaggi, i loro stati d’animo, le loro riflessioni consce o inconsce e inoltre crea una certa dipendenza, non riuscivo a smettere di leggere.

La chiave di lettura del romanzo ritengo sia custodita in una delle frasi iniziali, pronunciata da Richard, la voce narrante:

Forse che una cosa come “il fatale errore”, quell’appariscente, cupa frattura che taglia a metà una vita, può esistere al di fuori della letteratura? Una volta pensavo di no. Ora sono dell’opinione contraria. E penso che il mio sia questo: un morboso, coinvolgente desiderio verso tutto ciò che affascina.”

Il punto di snodo della trama risiede in un preciso momento cruciale, quello appunto “del fatale errore” che arriva impetuoso, cristallizzato magistralmente in una scena breve e significativa, nella quale Richard manifesta finalmente dei dubbi, si chiede chi siano le persone che sta frequentando, quanto conosce di loro e se al bisogno avrebbe potuto fidarsi. Un istante decisivo, fondamentale, nel quale avrebbe potuto scegliere di fare qualcosa di molto diverso da ciò che invece ha fatto… lo stile narrativo della Tartt è potente ed evocativo.

Richard è un personaggio strano, lontano, descritto in modo indefinito, con profonde lacune che disorientano e affascinano; ci si chiede cosa lo accomuni al resto della cerchia di cui fa parte, compagni di classe con la loro aria di inattaccabile solidarietà, il loro modo di guardarlo attraverso. A ben vedere, qualcosa c’è: “la condivisione della medesima esperienza dell’alzare lo sguardo dai libri con occhi del V secolo e scoprire un mondo che non riconoscono.”

Ingiurie contro la religione, scoppi d’ira, insulti, debiti, crudeltà e centinaia di piccole insinuazioni, possono spingere cinque individui raziocinanti al delitto? I personaggi di questo romanzo ci arrivano gradualmente, pensandoci in modo astratto, come a un gioco, l’itinerario di un favoloso viaggio che non credevano avrebbero mai compiuto. La Tartt è di una bravura incredibile nel descrivere i meccanismi psicologici dei protagonisti, la loro mancanza di paura e rimorso, il loro oscuro viaggio agli Inferi. Dovere, pietà, lealtà, sacrificio: alti principi ideali che i protagonisti venerano e dei quali si beano, sotto i quali si nascondono impulsi di natura egocentrica.

La Tartt scava nel cuore delle storia con maestria e stile eleganti. La classe non è acqua! Chapeau.